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EDIZIONE DI DOMENICA 14 febbraio 2010
Direttore Responsabile ANGELO SANDRI - angelo.sandri@dconline.info * Vice-Direttore ANDREINA BARKANY - andreina.barkany@dconline.info * Responsabile Coordinamento della Redazione ALESSIO SUNDAS - alessio.sundas@dconline.info *
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ELEZIONI IN IRAN
di Alessio Calfapietra - alessio.calfapietra@dconline.info ***** Barack Obama ha seguito con particolare interesse l’esito delle elezioni presidenziali in Iran. E non può che esserne rimasto deluso, visto che Mahmoud Ahmadinejad si è visto confermare alla guida della Repubblica islamica con quasi il doppio dei voti del contendente moderato Mousavi. Nulla è cambiato a Teheran, nonostante la difficile situazione economica e l’inflazione galoppante facessero presagire un arretramento del leader conservatore. Le urne hanno dato ancora una volta ragione ad Ahmadinejad, lasciando agli avversari l’amaro gusto della sconfitta. E della rivalsa. Mousavi, convinto di avere avuto la meglio nella competizione, non ha accettato i risultati gridando immediatamente ai brogli elettorali. Dagli Stati Uniti, Jon Biden, il vice di Obama, ha espresso dubbi simili sulla correttezza degli spogli. Ne è sorta una rivolta di piazza con centinaia di arresti e molti feriti sulla strada. Nella prima conferenza stampa post-voto, Ahmadinejad ha ripetuto il suo clichè di imperterrito prosecutore del programma nucleare, del quale renderà conto soltanto all'Agenzia internazionale per l'energia atomica, un programma imperniato sull’arricchimento dell’uranio che ha tanto messo in allarme il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Le centrali, molte delle quali di ultima generazione, saranno salvaguardate da qualsiasi attacco esterno, fa sapere il fresco vincitore, perché “Chi può osare attaccare l’Iran? Chi può anche solo pensarlo?”. Nessun missile o sabotaggio, dunque, scalfirà il progetto iraniano di dotarsi di energia atomica. Energia da destinare all’uso civile, ovviamente, anche se questi grandi investimenti nel settore e la protervia con la quale il capo iraniano risponde ai potenti del mondo fanno leggere in tono preoccupato gli ormai celebri attacchi al diritto ad esistere di Israele, un paese che, a detta del rieletto Presidente, andrebbe cancellato dalla cartina geografica. Oramai queste affermazioni sono la norma, chissà che Ahmadinejad non le ripeta anche al dibattito pubblico presso le Nazioni Unite cui ha invitato il suo omologo statunitense. Ci sono stati scontri, proteste, rabbia. Ma l’intervento della guida spirituale, il capo degli Ayatollah Khamenei, l’unico che avrebbe potuto annullare le votazioni, ha dissolto ogni dubbio o recriminazione, definendo l’esito del voto una “benedizione divina”. Qualcosa doveva cambiare ed invece non è cambiato nulla. Le carceri continueranno a traboccare di imputati senza diritto di difesa, la pena di morte verrà applicata con la solita frequenza (anche se i festeggiamenti del risultato potrebbero anche portarne un’accelerazione) e per reati che non possono nemmeno definirsi tali, ed infine il già citato programma nucleare continuerà il suo controverso percorso. Sia chiaro, la successione di Mousavi non sarebbe stata risolutiva. La pena capitale estesa ai minorenni e per casi di omosessualità o di condotta indegna, è rimasta anche quando al potere ci sono stati esponenti moderati o riformisti. L’ascesa di Mousavi sarebbe stata un primo passo, ma per il clima che si respira a Teheran e dintorni è possibile dire che di passi indietro ne siano stati fatti due.

Alessio Calfapietra
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