di Alessio Calfapietra - alessio.calfapietra@dconline.info **
Non è la decapitazione di un uomo accusato di duplice omicidio a fare notizia. Questo tipo di esecuzione è la norma in Arabia Saudita per tutti quei reati che portano la “corruzione sulla terra”, secondo un’applicazione rigida e testuale del Corano che arriva a comprendere anche il possesso, l’uso ed il traffico di stupefacenti, la stregoneria, l’apostasia dell’Islam, l’assassinio, lo stupro e la rapina a mano armata. Non è la pubblica gogna cui è stato sottoposto il condannato, perché le sentenze capitali vengono sempre eseguite davanti ad una moschea ed in presenza di una folla infervorata. Quanto accaduto a Riyad nelle ultime ore va ben oltre. La "Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, quella che per intenderci estorce confessioni dietro indicibili torture da “Santa Inquisizione”, ha stabilito che per questa persona le esecuzioni si cumulassero: taglio della testa per l’omicidio di un uomo e di suo figlio e successiva crocefissione del corpo, perché il soggetto avrebbe intrattenuto rapporti omosessuali. Il tutto mentre gli spettatori gridano a squarciagola “Allah Akbar”, Dio è grande. Non è possibile in questi casi stabilire una graduatoria dell’orrore, del ribrezzo e dello sgomento che la coscienza civile imporrebbe. Non è possibile, ma in ogni caso risulta doveroso. L’Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione ONU per l’abolizione della pena capitale nel 2004 e si è opposta alla moratoria contro la pena di morte nel dicembre 2007. Le esecuzioni sono ad oggi 38 (102 lo scorso anno) e molteplici detenuti restano in attesa di conoscere la propria sorte. Il sistema giudiziario saudita, tra l’altro, opprime anche il più elementare diritto di difesa, tanto che la vittima spesso viene a sapere di essere stata condannata a morte solo quando le guardie carcerarie vengono a prelevarla dalla cella. I giudici, tutti religiosi, sono ben lontani dal concetto di indipendenza ed imparzialità conosciuto in Occidente, la visita di un inviato Onu nel 2002 non ha dato molti frutti in questo senso. Il diritto penale (tramandato oralmente) prevede altre modalità come l’impiccagione e la lapidazione cui vengono sottoposte le donne accusate di adulterio. Una pratica che sa di Antico Testamento, come odora di “Ancien Règime” il potere di clemenza riconosciuto al Monarca e che fa il paio con la famigerata ghigliottina di rivoluzionaria memoria. Un particolare curioso: alle donne viene sempre meno inferta la decapitazione perché è sconveniente che queste mostrino il collo al boia prima che la spada cali il suo colpo. Come spesso accade anche nelle democrazie, a fare le spese di questo sistema sono le persone povere, spesso migranti stranieri che vengono a cercare lavoro nell’opulenta Riyad e che vi trovano invece la detenzione e la morte. Le organizzazioni internazionali hanno gridato allo scandalo in più occasioni, ma non è facile opporre pressioni ad un paese partner strategico, militare ed economico degli Stati Uniti e che può dettare la linea in campo petrolifero. E’ ben possibile che innanzi a questo ennesimo scempio, i soliti noti arrivino ad affermare che si tratta di questioni interne all’Arabia Saudita sulle quali non si deve intervenire.